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Mantova Economia Lavoratori poveri in aumento: con la paga non si arriva a fine mese

Lavoratori poveri in aumento: con la paga non si arriva a fine mese

Lascia un commento | Tempo di lettura 194 secondi Mantova - 19 Mar 2018 - 11:19

In Italia, quasi 12 lavoratori ogni 100 non guadagnano abbastanza, tanto da essere a rischio povertà nonostante ricevano uno stipendio. In inglese si chiamano “working poor”, lavoratori poveri, e la fredda percentuale dell'Eurostat dice che sono l'11,7% della forza lavoro, ben sopra la media Ue del 9,6%. Ma quello che allarma di più è l'aumento record registrato tra il 2015 e il 2016 nel nostro paese: oltre il 23%. A cui aggiungere le prospettive di vita: stando ai dati attuali, secondo il Censis, ben 5,7 milioni di giovani (precari, neet, working poor e in “lavoro gabbia”) rischiano di avere nel 2050 pensioni sotto la soglia di povertà.

“Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà - dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative - sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Dobbiamo recuperare 3 milioni di neet (disoccupati che non studiano o fanno formazione, ndr) e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un'intera generazione”.

Tornando alle statistiche Eurostat sui lavoratori poveri, l'Italia è tra i Ppaesi Ue con i livelli più alti: peggio di noi solo la Romania (18,9%), Grecia (14,1%), Spagna (13,1%), Lussemburgo (12%). Fanno meglio Bulgaria (11,4%), Portogallo (10,9%) e Polonia (10,8%). I più virtuosi, con meno del 5% di persone disoccupate a rischio povertà, sono la Finlandia (3,1%), la Repubblica Ceca (3,8%), il Belgio (4,7%) e l'Irlanda (4,8%). 

Il rischio povertà è fortemente influenzato dal tipo di contratto: il dato raddoppia per coloro che lavorano part-time (15,8%) rispetto a quelli con un'occupazione full time (7,8%) ed è almeno tre volte più alto per quelli che hanno un impiego temporaneo (16,2%) rispetto a chi ha un contratto fisso (5,8%). Gli uomini (10%) sono leggermente più a rischio povertà rispetto alle donne (9,1%).

Per quanto riguarda lo studio del Censis sulle pensioni, il quadro che emerge è quello di una discriminazione tra generazioni. Già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio segnala una decisa divaricazione del 14,6%. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all'84,3% dell'ultima retribuzione. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno. Questo nella migliore delle ipotesi. 


 

 

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